associazione culturale

"per un mondo migliore"

Storia e Tradizioni

La vita quotidiana a Noventa e dintorni nei secoli XVI e XVII

 

tratto dalla rivista "un mondo migliore"

 

Dal 1404, anno in cui Vicenza fa atto di dedizione a Venezia, Noventa. come tutto il territorio vicentino, si trova sotto la dominazione della Serenissima. Il territorio è suddiviso in “Vicariati”, 11 maggiori, 3 minori e 2 podesterie. La “villa” di Noventa fa parte del “Vicariato” di Orgiano, insieme con le “ville” di Orgiano, Asigliano, San Germano, Sossano, Villa del Ferro, Campolongo, Agugliaro, Poiana Maggiore, Fojascheda e Campiglia.

Il numero totale degli abitanti, al censimento del 1557, è di 8.709. Nel 1544-’46, Venezia ordina un Estimo Balanzon per ogni “Vicariato” per scopi fiscali e le relazioni degli incaricati “estimatori”. consente di conoscere il nome delle contrade e il tipo di abitazione (di proprietà) in cui vivono i Noventani, non diversamente dagli abitanti delle “ville” vicine”, in quegli anni.
Intuitivamente, intanto, si capisce che il termine “villa” sta ad indicare un paese, un villaggio, e i “villani” sono le persone che vi dimorano. Le “contrade” che vengono citate non si riferiscono alle vie come le conosciamo oggi, ma a zone del “comune” di Noventa, di cui grosso modo si può comprendere l’ubicazione, ferma restando la difficoltà di stabilire i confini. Delle “contrade” fanno parte le “òre” (località) che si intersecano, si fondono e si confondono fra loro, aumentando le perplessità nell’identificazione dei siti. Dall’Estimo 1544-’46. aggiornato al ’54,’57 e ’63, sappiamo che un grosso nucleo di abitazioni si trova in “Contrà del Bergonzin” (piccolo borgo) dove vivono le diverse e numerose famiglie dei Marchesin, dei Barati, dei Checonati, dei Rafanin. Numeroso è anche il gruppo di abitazioni in “Contrà Ponte del Ronego” e “Caselle” (con le famiglie dei Baschiera, Cremonesi, Stievano, Oliviero), delle “Granze” (famiglie Sporzani, Trissino, Gasparin, Marigo), delle “Saline” (famiglie Ruaro, Rossi, Marubini, Gobbo, Francesco sartor).
Poche case sparse si trovano nelle contrà “Roversello”, “Spinosa”, “Frassenara”, “Siemèa”, “Perdocimi o delle Are”, “Castegnara”. Nelle contrà centrali di Carpagnon, Borgeto, della Giesa (chiesa), dell’Olmo, le abitazioni risultano più o meno contigue, con botteghe di artgiani-commercianti come i Pachin calegari (calzolai), Zandomenego della munara, fornaro, Piero calegaro Francesco cestaro, Francesco Cavali, tintor. In ogni zona, comunque, la stragrande maggioranza delle dimore è costituita da “casoni”, casolari di legno, graticciato o argilla impastata con piante palustri, tra le quali la pavèra (da cui Pavarazzi), essiccata non cotta, e col tetto di paglia. Spesso il “cason” ha una sola stanza (talvolta due), è circondato da “spinari” (siepi di spine) e all’interno del recinto si trovano l’”ara” (aia), l’orto, qualche volta il pozzo, più raramente il forno. Il valore stimato del “cason” può andare dai 6 ai 30 ducati. Meno numerose sono le “case da muro cupà e solarà” (con pareti di muro, tetto di coppi, solaio), con più stanze. Anch’esse sono recintate da siepi e/o muro e nel “cortivo” (cortile) posseggono “ara”, orto, pozzo, forno. Adiacente la casa può esservi la “tèza” (portico per gli attrezzi agricoli e fienile) o una “sezonta” (tettoia). Vi abitano artigiani, commercianti, proprietari terrieri e il loro valore varia dai 40 ai 160 ducati. La casa “dominicale” (padronale) di Francesco e fratelli Rossi fu Zamaria in “contrà” delle Saline, per esempio, nel 1546 è costruita in muratura con tetto di lastre di cotto (“intavelà”) e coppi e solaio. Accanto c’è una “teza” coperta di paglia di 5 “cassi” (“casso” è lo spazio che intercorre tra un pilastro e l’altro di un arco), una “teza” più piccola con tetto di paglia,

 

 

 

per un mondo migliore comprooro

 

 

 

una “càneva” (magazzino), una “sezonta” (tettoia) in muratura, aia, orto, pozzo, forno e nel “cortivo” sono piantati dei “morari” (alberi di gelso). C’è poi una casa piccola che nel 1557 verrà ampliata con due stanze pavimentate, una delle quali avrà il camino. Il tutto recintato da un muro. Vale 300 ducati. Solo nel 1554 compare la casa “dominicale”, in contrà della Chiesa, del magnifico Giacomo Barbarigo così descritta: “… murata, copata et solarata con teza murata et cupata de cassi 7 cum colombara murata, cupata et solarata con pozzo, forno, corte cintà de muro con arbori frutiferi et morari. Sedime in tuto campi 1”. Vale 600 ducati.
Per quanto riguarda la Chiesa dei Ss. Vito e Modesto: “… una corte ne la qual ordinariamente si va cogliere la decima di Noventa de campi 1 e quartieri 2… appresso la via comune e la ditta (chiesa) dall’altra parte”.  Vale ducati 48. Inoltre, “una casa dominicale murata, cupata, intavelata et solarata con “caminà” (stanza con camino), con loco da tinazzi murato, cupato et intavelato, con orto, forno, pozzo et stalla da cavalli…”, vale ducati 200.

 

Teresa Borinato

 

Continua nel prossimo numero