associazione culturale

"per un mondo migliore"

Sulla vetta del Kangchenjunga

Vielmo: quando Mario ritrova il percorso della vita

 

tratto dalla rivista "un mondo migliore"

 

Occhi di terra e di cielo e di cieli ne ha toccati più di uno Mario Vielmo, proprio dove finisce il mondo e iniziano a volare i sogni. La passione per la montagna è iniziata a sorgere in lui da bambino, quando il papà lo portava a sciare e poi con il fratello si è avvicinato all’arrampicata e all’alpinismo. Il suo amore per la montagna lo ha portato a diventare guida alpina, sciatore estremo, esperto himalaysta. Ha già conquistato nove cime, al di sopra degli ottomila metri di quota. E’ un alpinista fra i più grandi a livello internazionale, i suoi sogni sono volati oltre cieli immensi, dalle cime delle Ande, Pamir, Karakorum e dell’Himalaya.

per-un-mondo-migliore-marioLa montagna che più è rimasta nel cuore di Mario, riservato e prezioso come uno scrigno,  è stata il Makalu, la montagna sacra per il popolo tibetano. Ha compiuto un’impresa stupenda, ha portato in vetta la torcia delle olimpiadi di Torino 2006, precedentemente portata da Tom Perry, l’amico chiamato “l’alpinista scalzo”, per il suo correre a piedi nudi sulle montagne, come un istrione, per solidarietà. La torcia gli era stata affidata dagli organizzatori delle olimpiadi invernali di Torino e Mario con i suoi amici l’hanno fatta benedire dal Dalai Lama che di suo pugno aveva scritto una bellissima frase: “Auguro a tutti gli uomini senzienti di vivere in felicità”. A Mario in quell’impresa la felicità è arrivata davvero: il suo splendido sorriso con gli occhi pieni di luce e la torcia fra le mani, nella foto con il Dalai Lama, che ho la fortuna di ammirare nella sua casa, esprime tutta la sua gratitudine alla vita per aver vissuto un momento meraviglioso e indimenticabile vicino al Grande Maestro. Con la ricchezza nel cuore di quel momento, Mario ha venduto la torcia olimpionica ed il ricavato lo ha destinato alla costruzione di una scuola per i bambini profughi di Dharamsala, nella speranza che il loro futuro possa essere più facile.
Il grande alpinista non mi ha raccontato il buon fine della torcia ma la sorella Carola mi ha confidato la generosità nascosta del fratello che è continuata anche al suo ritorno a casa, attraverso raccolte di fondi, con le presentazioni dei film girati ed i racconti al pubblico  estasiato, delle sue straordinarie conquiste.
L’ultimo cielo Mario lo ha toccato arrivando in vetta al Kangchenjunga ad un’altezza di 8.586 metri, la terza più alta e difficile montagna del mondo dopo l’Everest e il K2, situata tra Sikkim e Nepal, dove dal massiccio scendono cinque enormi ghiacciai a cui si riferisce il nome tibetano della vetta “Cinque Tesori della Grande Neve”.
Ogni volta che l’aereo prende quota e Mario vola fra le nuvole per una nuova spedizione, la curiosità e l’entusiasmo del bambino che è in lui gli fanno percepire la gioia di fuggire da un sistema di vita, da cui si sente inglobato e ritrovare l’essenza della sua esistenza.
Con l’arrivo a Kathmandu, dove l’aria inizia ad essere delicata e dove non sei nessuno ma sei te stesso, a Mario si è riaperta la porta di sensazioni semplici, dove ogni piccola cosa diventa autentica e fa scomparire il vortice di complicazioni di quella parte del mondo apparentemente civilizzato, che tuttavia non sa rispettare la natura che ci è stata donata.
Due, tre giorni per la sistemazione delle pratiche burocratiche e dei bidoni con l’attrezzatura per l’arrampicata arrivati dall’Italia; poi partenza in jeep fino a quando la strada finisce e inizia il percorso del trekking.
Mario, nel cammino, aveva la responsabilità di guidare l’avventura del gruppo composto da Annalisa Fioretti, medico e Silvano Forgiarini, già compagno nella precedente scalata, il cineasta Paolo Paganin, incaricato di filmare le fasi dell’affascinante percorso, insieme a due sherpa nepalesi Bibash e Phurba, felici di lavorare con gli alpinisti per assicurare un miglior sostentamento alle famiglie ma soprattutto per poter esprimere il loro amore per la montagna.
Dopo nove giorni di cammino, la neve aveva ricoperto con il suo manto candido, il piccolo rifugio di Ramche a 4.600 metri di quota. I passi degli alpinisti che affondavano pesanti nella neve soffice, sembravano disturbare quei momenti di silenzio assoluto che avvolgevano quelle valli, abitate da sherpa abituati a vivere nell’essenzialità della vita, rendendoli di animo modesto e molto ospitale.per-un-mondo-migliore-mario01
Attraversando una delle regioni più remote del Nepal, gli occhi ed il cuore degli scalatori si sono riempiti della bellezza di valli magnifiche, dove crescevano foreste selvagge e piante giganti di rododendro, il fiore simbolo del Nepal e dell’accoglienza di deliziose, umili creature che rispettavano la natura, senza mai soggiogarla per se stessi. Mario mi ha raccontato una cosa sorprendente. Nella quiete della natura selvaggia sentivano parlare la montagna: comunicava con scricchioli conturbanti del ghiaccio che si muoveva e come un fiume di acqua solida in movimento, valanghe che crescevano, perdevano pezzi di neve ed avanzavano impetuose per poi infrangersi come tuoni che li facevano atterrire; stavano sempre molto vigili a quei messaggi frastornanti che significavano pericolo.
I protagonisti dell’avventura, però, non erano partiti solo per la conquista della montagna ma con dei progetti umanitari sostenendo l’associazione “Women’s Foundation of Nepal” per dare aiuto alle donne ed ai bambini abbandonati, dove spesso vivono al limite della sopravivenza. Inoltre il medico Annalisa Fioretti ha valutato la situazione igienico sanitaria degli abitanti dei villaggi nelle remote valli che portavano al Kangche.
Dopo tre giorni che erano rimasti fermi nel rifugio di Ramche, aspettando che il bel tempo ritornasse e permettesse loro - attraverso una marcia su una difficile morena glaciale e superando enormi massi traballanti - di raggiungere i 5.500 metri di quota per insediare il campo base, loro casa per tutto il mese di permanenza. Lo spettacolo intorno era incantevole, macchie di muschio verde che sul ghiaccio sembravano smeraldi luccicanti e vette imbiancate e misteriose, ammaliavano l’anima e rinvigorivano lo spirito di energia.
Insieme ai nepalesi e al gruppo celebrarono la “Puja”, una cerimonia religiosa con cui gli sherpa hanno ringraziato le divinità della montagna, prima di dare inizio alla colossale scalata. Un rito fondamentale di buon auspicio, affinché tutto andasse per il meglio.
Un susseguirsi di campi sempre più verso l’alto: uno, due, tre, fino a campo quattro per seguire una tabella graduale e rispettare i tempi di acclimatazione di ognuno. Per raggiungere campo uno a 6.200 metri la scalata è stata durissima: la montagna si è rivelata bellissima ma complessa, hanno superato enormi seracchi. Quando finirono di posizionare i campi due e tre, tornarono al campo base a riposare, successivamente a 7.400 metri installarono campo quattro, prima dell’ultima più rischiosa scalata alla vetta. Una linea di salita problematica, con molte insidie su ghiaccio e infine su roccia, per non dimenticare la difficoltà di orientamento durante la salita e la discesa.
Il tempo di muovere gli ultimi passi nel percorso verso l’alto; Mario lo ha colto dopo quasi una settimana che la neve li tratteneva al campo base, il cielo si è aperto ed un sole sorridente si è affacciato richiamando gli alpinisti all’ascesa verso la vetta.
Mario ed i suoi compagni dopo aver raggiunto campo quattro, sono partiti all’assalto della cima. Le previsioni del tempo davano sereno, ma con raffiche di vento forti e molto freddo con temperature che sfioravano i meno 35 gradi sotto zero.
Con loro c’erano altre spedizioni di nazionalità diverse, composte da alpinisti e sherpa, quasi tutti comunque salivano con l’ausilio supplementare delle bombole di ossigeno.
Il momento perfetto,giunse il venti di maggio. Mario ed i suoi compagni salirono per tentare la vetta del grande gigante himalayano, incontrando imprevedibili ostacoli che, grazie all’esperienza e alla maturità alpinistica è riuscito ad affrontare imperterrito, senza fermarsi, mentre Annalisa e Silvano hanno rinunciato.
Insieme a Mario, è partito anche Bibash che aveva tanto aspirato di arrivare all’apice della montagna. L’esperto alpinista lo aveva lasciato libero di scegliere e visto il forte entusiasmo del ragazzo ha acconsentito, facendolo salire con l’ossigeno.
L’aria sottile dell’alta quota, il vento che lo aveva perseguitato, il freddo terribile, l’incontro con la “Sfinge di ghiaccio” che lo ha trafitto con un brivido di inquietudine, non hanno arrestato Mario dall’impresa, iniziata alle ore 21.00 del 19 maggio e conclusasi con l’arrivo in vetta alle 17.30 del giorno successivo, dopo venti ore consecutive di scalata.
Oltre il confine del tempo e dello spazio, dove finiva il mondo e iniziava l’infinito, Mario sulla sommità del Kangchenjunga ha respirato la libertà, lasciando andare le sue tristezze, nulla poteva trascinarlo in basso. Circondato dalla luce e nei mille colori dell’amore universale, Mario ha sciolto i suoi sogni nel vento insieme alle bandierine di preghiere buddiste benedette e la Croce di Gesù. Come una melodia, le sue preghiere di ringraziamento sono volate in alto, verso Dio e verso i suoi amici che lassù erano andati a scalare, oltre i cieli e gli astri.
Irradiato dai magici raggi del sole al tramonto, i suoi occhi di terra e cielo si sono riaccesi oltre la montagna, verso la profondità dell’anima e nello splendore di quell’attimo, il suo cuore si è riempito della musica gioiosa della speranza e della pace.
Il tempo di scattare qualche foto e di effettuare riprese memorabili di quel momento estasiante ed unico che voleva ritrovare nei giorni che lo aspettavano. È ritornato sui suoi passi in direzione di campo quattro.
Nella discesa Bibash procedeva 20 metri davanti a Mario che lo ha visto inspiegabilmente scendere senza i ramponi. Mario, non potendolo afferrare perché troppo lontano, ha cercato di gridare di rimetterseli immediatamente ma ormai era già troppo tardi. Improvvisamente un tonfo, ha visto il ragazzo precipitare spaventosamente, i suoi occhi atterriti hanno seguito la lampada frontale piombare giù come un fulmine fino a spegnersi... e il buio sommerse l’ultima traccia di Bibash. Di nuovo quel brivido di inquietudine lo trafisse; con l’angoscia che lo attanagliava, scese a cercarlo lungo la parete, si attacco al filo della speranza che il suo amico fosse solo ferito e che lo avrebbe ritrovato. Lo chiamò disperatamente ma solo un silenzio di morte rispose e la lama affilata del tempo tagliò il filo della speranza di Mario. Ad un tratto, un urlo squarciò le tenebre e la vita di un altro alpinista gli passò a distanza ravvicinata rivoltandosi tra le rocce, scomparendo per sempre nell’ oscurità.
Urlò più forte che poteva con rabbia e disperazione agli altri alpinisti e agli sherpa di mettere subito i ramponi, non voleva che la montagna si portasse via altre vite.
Un dolore cupo cadde sul percorso della vita di Mario, la mente svuotata gli riportò frasi di Bibash su come avrebbero trovato il mondo scendendo dalla “divinità conquistata”, risentì il suo giovane sorriso. Il suo cammino vicino a lui era finito, era arrivato raggiante così vicino alle nuvole che, forse, non voleva più scendere ma continuare a scalare montagne ancora più in alto fra le stelle.

per-un-mondo-migliore-mario02Senza mai riposarsi, solo bevendo acqua, in compagnia della sofferenza ha continuato a scendere. Si sforzò di non ascoltare la stanchezza che lo voleva far riposare. Ma la sua mente sapeva che se lo avesse fatto sarebbe rimasto tra le braccia della montagna. Era rimasto due notti e un giorno intero nella zona della morte e quando arrivò al campo quattro, ritrovò i suoi compagni. Solo allora scoprì di avere delle dita congelate nelle due mani. Nessuno festeggiò, nelle tende c’era un’atmosfera di sgomento, nessuno si sentiva vincitore. Troppi amici erano rimasti lassù, in tredici arrivarono in vetta ma cinque di loro non tornarono a casa.
Nonostante potesse chiedere l’aiuto dell’elicottero, continuò a scendere nel sentiero da dove era arrivato, voleva salutare la montagna che gli aveva dato il valore del tempo vitale ma che gli aveva anche tolto tantissimo.
A Kathmandu partecipò alla toccante cerimonia sacra buddista per onorare Bibash, voleva stare vicino alla sua famiglia, ai suoi sette fratelli, alcuni troppo piccoli per essere abbandonati. Mario e Annalisa promisero che li avrebbero sostenuti nell’affrontare il domani.
Ho chiamato Mario dopo il suo ritorno a casa per assicurarmi che le sue mani fossero guarite perfettamente e per dirgli che non volevo mancare alla presentazione del suo film. Lui con voce affabile mi ha risposto: “certo che ti invito, ho anche qualche idea in mente, vorrei fare delle magliette relative alla spedizione...”. La sua voce si è fermata... allora ruppi io il silenzio e chiesi: “è per Bibash?” Mi sentii rispondere semplicemente: “Si!”. Ho continuendo dicendo: “posso aiutarti anch’io a vendere le magliette…”; dall’altra parte del filo sentii ancora la sua voce cara che non aveva dimenticato i fratellini di Bibash, dirmi: “grazie sei gentile, un abbraccione!”. Lo volevo lasciare dicendogli: “è a te che devo dire grazie, al tuo cuore bellissimo e generoso che non vuole vincere e che non conosce competizione ma che mi ha insegnato a rischiare, a cercare cosa c’è dall’altra parte dell’anima e che siamo qui per aiutare le creature più sfortunate che soffrono.” Invece è stato Mario a salutarmi ricordandomi una delle più belle frasi del Dalai Lama: “Ci sono solo due giorni all’anno in cui non puoi fare nulla; uno si chiama ieri e l’altro si chiama domani, perciò oggi è il giorno giusto per amare, credere, fare e principalmente vivere”.

 

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Gianella Galuppo